Erano due anni che non riuscivo a correre la Corrida: nel 2009 causa il rinvio per neve, nel 2010 perché, lavorando io a Bologna, mi avevano affibbiato il primo giorno di lezione proprio il 31; per consolarmi, la domenica della vigilia avevo fatto un ultratrail in Toscana. Quest’anno niente scuse, ma non mi sono fatto mancare la maratona di Napoli domenica 29 (un’idea coltivata con Mak, ma a quanto pare senza modenesi al via!), tutto sommato avvincente e ben organizzata.
Tornato a casa, eccomi alla Corrida, una delle poche manifestazioni modenesi sopravvissute alla falcidia del 2012 (fateci caso, su sei domeniche da Capodanno al 5 febbraio, ben tre sono senza corse a Modena!). Rovistando nei quaderni, scopro che questa è la mia trentesima, dal 1977: quelle perse, lo sono soprattutto per il lavoro bolognese, specie nei primi anni quando non avevo la faccia tosta di stare a casa per S. Geminiano. Per disputare la mia prima Corrida, dovetti aspettare un posto non precario, che festeggiai diventando padre per la prima volta. Ora, quella bimba (che all’epoca non arrivava dietro alla Ricci, e a sua volta corse la sua unica Corrida nel ’95, a 18 anni) mi ha reso nonno.
Siccome non ho, adesso e dopo Napoli, velleità agonistiche (il mio record, 58:51, risale al 1990, guarda caso l’anno in cui ho cominciato a rovinarmi con le maratone), questa mia Corrida diventa una specie di album dei ricordi, alla ricerca dei passi perduti, degli enormi tabulati da stampante ad aghi che contenevano le classifiche, e soprattutto dei tanti che hanno fatto parte di quei mondi ormai mitici.
Si parte, e la sensazione è di un caos inferiore ai vecchi tempi: è vero che i non competitivi da un euro hanno invaso il settore di chi ha pagato 8+5 euro, ma mi bastano 25 secondi per passare sulla linea del via, e la curva a sinistra per la via Emilia è meno rallentata del solito. Non vedo nemmeno la folla di quanti, negli anni eroici, si buttavano sul tracciato in largo S. Agostino per schivare la calca… All’altezza di piazza Matteotti mi viene in mente quando, nel 2005, sorpassai Romano Prodi, partito in testa, rifilandogli alla fine 17 minuti in 13 km; curioso che qualche mese dopo lo abbia ritrovato alla maratona di Reggio dandogli solo 25 minuti… misteri elettorali.
Tra corso Duomo e via Luosi corro con Emilio Borghi: insieme sorpassiamo Roncarati, e gli faccio notare la valenza simbolica, quasi del passaggio di testimone tra due Grandi del podismo amatoriale (sempre che, uno dei due Grandi, il testimone voglia passarlo davvero). Sorpassiamo anche Verzoni, che lancia il suo solito ammonimento, che “non è ancora finita”. Poi Emilio, l’Assessore a Vita (ma senza vitalizio) se ne va, leggero e irraggiungibile.
Anche Maurizio Pivetti mi raggiunge e dichiara che battermi è il suo obiettivo: viva la gioventù. Se ne va pure Paolo Garuti da Vignola: era il 1988 quando la prima Corrida al femminile fu vinta dalla vignolese Striuli. Oggi di vignolesi si nota soprattutto l’Anna, vincitrice della maratona di Ragusa (meeenchia! Cinquanta partecipanti!), l’azzurro dei cui occhi supplisce a quello del cielo di oggi, e, ad onta delle sue dichiarazioni secondo cui ormai non ci sono più uomini, è marcata stretta da almeno due intraprendenti longilinei, Mister Due-Cinquantanove-Cinquantanove e il Vice-Vice-Assessore. Buona fortuna (un altro vignolese però ne dubita).
Ponte di Cognento: mi riecheggia la voce di Roberto Brighenti (allora podista, non speaker), che biasimava certe signore sassolesi che a metà del ponte facevano semplicemente dietrofront e si dirigevano verso Modena risparmiando un km abbondante. Ma oggi verso il 7 c’è un tappetino chip, queste furbate non rendono più.
Al ristoro del 7 vengono in mente sia i primi anni, quando oltre alle bevande mi scioglievo in bocca uno zuccherino tenuto nella tasca della tuta; sia quando, nell’89, decisi di attaccare il muro dell’ora: ero in compagnia di Mauro Ballista (Carrozzeria Rinnova), uno dei miei primi maestri, e saltammo il ristoro, finendo in 59:51. Al traguardo aspettava mia figlia: era solo una corsa, eppure ci abbracciammo in silenzio. E Mauro Ballista è sul ciglio della strada, che ci incoraggia; vicino a lui, Adriano della Modenese, compagno del record nella mezza (Soliera 1993).
Il ponte di Cognento consente di vedere e salutare chi sta ancora a meno di metà: che tempi, quando il maestro Fiori reduce dalle marce di Nimega camminava con un gonfalone in mano (e finì anche su una copertina del calendario podistico modenese). Ora riconosco Merighi e il Capostazione, Cuoghi della Cavazzona e Giangi che mi urla nonsoché di nonsoquale corsa da fare nonsodove. Più avanti, dal concessionario Piaggio al km 9 mi aspetto il sempiterno vigile in pensione N**; ma non c’è, chissà se colpa della neve o degli accidenti che qualche podista multato gli ha giurato anno dopo anno. Tra gli altri tifosi lungo 38 anni, non c’è nemmeno Livio, vicino al sottopassaggio, e lui purtroppo se ne è andato per sempre; non c’è il prof. Mario davanti alla sua scuola Fermi, e non c’è Caco Borsari alla fine di via Barozzi.
Ma la storia continua: ci sono Italo e Teida a fotografare, Salvatore Mameli e Vanni Casarini che ne hanno più di me (mi contento di passare i 12 km in 59:59), e vanno oltre, come pure la presidentessa gugliante Emilia Neviani (simbolicamente, in via Barozzi sorpassa l’altro presidente sassolese Evaristo). Il cartello dei 13 ogni anno sembra più indietro, e il Gps segnalerà altri 410 metri fino all’arrivo (chi ricorda quando era attaccato a uno dei pilastri di ingresso al palasport?).
Questa volta, grazie al chip, non restiamo più incolonnati sotto lo striscione, e anche la consegna dei premi (decisamente abbondanti), e il rimborso delle cauzioni, si svolgono nella massima celerità. Brighenti continua a snocciolare vita e miracoli di ognuno che arriva, e aggiorna il suo lessico che quest’anno include pure il capitano Schettino, e attribuisce al freddo (non agli scogli) il deficit di Laura Ricci.
Molto graziose ed efficienti le ragazze del ristoro, mentre la neve aumenta di intensità. Ne farà le spese il Modena calcio, noi podisti stavolta l’abbiamo sfangata.